Bauman, in cinque parole sue

 

È stato capace di parlare e scrivere sempre con un linguaggio semplice, comprensibile ma mai riduttivo. Zygmunt Bauman per questo ha avuto un pubblico vastissimo, che lo ha amato per la sua capacità di scavare dentro le parole più importanti della vita senza mai essere banale: il suo sforzo era sempre quello di restituire un senso a quelle parole. Ora che ci ha lasciato, rendiamogli omaggio ripercorrendo la sua vita tramite grandi temi chiave, a lui cari.

 

L’amore

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Bauman in un libro bellissimo (Cose che abbiamo in comune) aveva spiegato che oggi le persone vivono l’esperienza dell’amore in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. «L’amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame». Ma questo ha tante volte trasformato l’amore in un’esperienza mercificata, un po’ nella filosofai “usa e getta”. Bauman raccomandava invece di capire che «l’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l’amore ripaga quest’attenzione meravigliosamente». Lui stesso è stato insieme a sua moglie Janine per 62 anni. E a chi gli chiedeva se avessero mai affrontato crisi, li rispondeva così: «Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall’inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L’esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: “Viviamo insieme e vediamo come va…”. In questo caso, anche un’incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l’oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un’altra parte».

 

La società liquida

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È stata la formula più fortunata coniata da Bauman. Un’immagine che fotografa alla perfezione il mondo in cui viviamo e spesso anche il modo con cui viviamo. Con la crisi dell’idea di comunità si è fatto largo un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo soggettivismo sta minando le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e il consumismo.

Ma Bauman non vuole alzare bandiera bianca davanti a questa condizione. Per questo concepisce la sua opera come un aiuto agli uomini e alle donne del nostro tempo perché «riescano a realizzare nei diversi momenti della loro esistenza una sintesi virtuosa tra individuo e persona, com’egli li intende, senza farsi schiacciare, anzi senza annullarsi, nello sciame inquieto dei consumatori».

 

Gli altri

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Bauman ha messo al centro dei suoi ragionamenti la storia del pronome “noi”. Raccontava che il primo “noi” non includeva più di 150 persone: «Erano cacciatori e raccoglitori. Non avevano autobus, supermercati…. era un numero limitato a quelli che poteva essere alimentato e muoversi. Il resto era “altro” dal “noi”. Col tempo questa cifra è aumentata e si è giunti alle tribù, alle comunità, e poi gli imperi e gli stati nazione». Sino ad arrivare al nostro tempo, a un punto senza precedenti: «Tutte le tappe e i balzi che ci sono stati avevano una dato in comune: erano tappe caratterizzate da inclusione e esclusione. C’era un “noi” che si ampliava, ma anche una identificazione dell’Altro escluso dal noi. E questo ha portato a grandi spargimenti di sangue. Ora», auspicava Bauman, «c’è la necessità ineludibile dell’espansione del “noi” come prossima tappa dell’umanità. Questo salto successivo è rappresentato dalla soppressione del pronome “loro”». “Loro” è il nemico. Il futuro è quello di un “noi” senza un “loro”.

 

Felicità

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«Uno stato mentale, corporeo, che sentiamo in modo acuto, ma che è ineffabile» Così Bauman definiva la felicità, altra parola chiave del suo pensiero. «La caratteristica principale della felicita è quella di essere un’apertura di possibilità». Non è vero che la felicità significhi una vita senza problemi, spiegava Bauman. La vita felice viene piuttosto dal superamento dei problemi, dal risolvere le difficoltà. Ma in un’epoca in cui la felicità è delegata all’inseguimento di desideri mercificati, e quindi si traduce i nevrosi, come si può recuperare un’esperienza di felicità autentica? Bauman ha una risposta: «I legami amicali sono la nostra unica “scorta” (sociale) “nelle acque turbolente” del mondo liquido-moderno».  La felicità è «un costruirsi e un lasciarsi costruire». In questo modo diventa la sfida dell’umanità presente, per la sua dignità futura.

 

Paura

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In nessuna fase della sua storia l’uomo è vissuto senza la paura. Ogni stagione ha la sua specifica paura, e per tutte le stagioni vale comunque la paura di morire. Oggi però accade che la paura è stata trasformata in merce politica. È stata mercificata come quasi tutto quello che riguarda la vita degli uomini. Non si può vincere la paura, ma si può imparare a conoscerne i tratti distintivi, per non subirne i ricatti. Diceva Bauman che l’antidoto alla paura è innanzitutto la pazienza. Diceva: «Se non sappiamo respingere queste forze che minacciano tutto quanto ci è caro, non potremmo almeno tenerle a distanza, interdire loro l’accesso alle nostre case e ai luoghi di lavoro?».

http://www.bergamopost.it/chi-e/bauman-cinque-parole-sue/

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