Un bel romanzo è come un cheeseburger

Un bel romanzo
è come un cheeseburger

«Due o tre cose che ho capito della narrativa: i libri sono strumenti di piacere
A Vladimir Nabokov il brivido estetico dava una scossa, a me fa venire l’acquolina»

di ALESSANDRO PIPERNO

Illustrazione di Anna ResminiIllustrazione di Anna Resmini

Questo articolo di Alessandro Piperno è tratto da «la Lettura» #218, in edicola da domenica 31 gennaio a sabato 6 febbraio a 50 centesimi (più il prezzo del quotidiano). Abbonandosi all’offerta Tutto+, oltre all’accesso illimitato all’Archivio storico del «Corriere», alla Digital edition con lo sfoglio digitale del quotidiano e di tutti gli inserti e allegati, e al sito http://www.corriere.it, si avrà diritto a un buono per ritirare in edicola, ogni domenica, una copia cartacea di «Corriere» e de «la Lettura». Per scoprire l’offerta, clicca qui.

Conoscevo uno slavista assai in gamba che alla soglia dei quarant’anni decise di sbarazzarsi della sua biblioteca. Migliaia di volumi che occupavano per intero le pareti della grande casa in centro ereditata dal padre. Quando gli chiesi cosa avesse ispirato un gesto così drastico, mi spiegò che qualche mese prima si era reso conto di aver finito lo spazio. Continuava a ricevere libri dagli editori, a comprarli, ma non sapeva più dove metterli. Si era sentito costretto a dividerli in due gruppi — essenziali e trascurabili —, deciso a tenersi i primi e regalare gli altri. Era stato più o meno allora, nel pieno dello sfiancante censimento, che gli era venuta quell’idea bizzarra: conservare solo cento libri.Detto fatto. Da allora aveva preso a chiamarli con una certa pompa «I cento libri dell’umanità». Da Omero a Kafka. Aveva preso talmente alla lettera l’idea di canone da conferirle consistenza plastica. In realtà continuava a leggere un po’ di tutto: classici, gialli, poesie, saggistica, primizie editoriali. Per un po’ soggiornavano sul fratino di mogano all’ingresso, pronti a essere implacabilmente sfrattati.

 

Ricordo che una volta lo trovai in ambasce. Aveva letto Il nipote di Rameau di Diderot in francese. «Non ricordavo fosse così bello» mi disse con una voce talmente angosciata. Cosa lo turbava?
«Non posso regalarlo». Era sconsolato. «Chi faccio fuori?».
Capii che la sua nevrosi gli vietava di tenere in casa il centunesimo. Mi mostrò i due capolavori che rischiavano il posto: Finzioni di Borges e un altro libro (indiano se non erro) mai sentito nominare.

 

Non ricordo come finì quella contesa, né le altre che la seguirono; non ricordo chi ebbe la meglio tra Diderot, Borges o il misterioso autore indiano. So che il contegno del mio amico mi offrì un modello negativo, un deterrente al collezionismo librario. Quale monito lo spettacolo di un uomo che, animato dal desiderio di semplificarsi la vita, aveva finito per smarrirsi nei labirinti dell’ossessione!

Che romanzi leggere?

Chi vive di libri e per i libri, chi li maneggia dalla mattina alla sera, si fa tentare dalle tassonomie, dai canoni, dalle classifiche. Vizi perniciosi che cambiano la natura stessa dell’amore esponendoci all’idolatria. Dopotutto i libri sono strumenti di piacere, non il fine ultimo della vita. Che poi io dico libri, ma di fatto penso ai romanzi. Quando i miei occhi devono scegliere fra un tramonto sul mare e una pagina scritta non vacillano mai, virando decisi verso il basso. Se è vero che noi siamo ciò che amiamo allora posso affermare di essere una busta della spesa stipata di romanzi, non sempre indimenticabili.

E tuttavia non so voi, ma io quando leggo un’opera di narrativa non sto lì a chiedermi che spazio occupi nella storia del romanzo; né mi domando se è realista, naturalista, vittoriana, modernista, tradizionale, sperimentale, di genere. Del resto, con qualche eccezione, tralascio i proclami estetici dell’autore e i maldestri peana del risvolto di copertina. La sola classificazione che m’interessa — ispirata forse dall’amico slavista — è quella che separa i grandi romanzi dai buoni, i buoni dai pessimi. Non dico che ogni romanzo abbia diritto di cittadinanza nel magico paese della narrativa, solo che le esigenze del lettore cambiano con le circostanze e gli stati d’animo. All’affabile Stefan Zweig non chiederò mai il genio di Musil o la profondità di Broch. Dal buon John Irving non pretendo i foschi toni shakespeariani di Faulkner. Ma sono contento di averli tutti insieme nella mia libreria.

Papille gustative

Come capisci il valore di un romanzo? Nabokov insiste parecchio sulla spina dorsale. Il brivido estetico, sostiene, è una scossa alle scapole. A essere sinceri pure il mio organismo in presenza di una bella pagina di prosa reagisce in modo insolito, anche se decisamente più disgustoso. Mi viene l’acquolina in bocca, come se davanti non avessi un brillante groviglio di proposizioni ma un cheeseburger. Forse dovrei mettere tale dono pavloviano al servizio di un editore: se un manoscritto mi fa sbavare come un molossoide vuol dire che funziona. Altrimenti occorre preparare la letterina standard di rifiuto. Mi chiedo se non sia questo che Nabokov intende: per comprendere un pezzo di narrativa devi sottoporlo al vaglio dei sensi, e solo dopo a quello settario dell’intelletto.

Cosmopolitismo

Il romanzo è un Paese il cui passaporto è a disposizione di ciascun alfabetizzato abitante del pianeta. La lingua del romanzo è talmente accessibile da travalicare quella in cui è scritto. Iosif Brodskij pensava che la traduzione fosse «la madre della civiltà». Fateci caso: i grandi edifici romanzeschi sono persino più imponenti della lingua che li ha forgiati. Il che è davvero strano visto che si tende a diffidare dei romanzi troppo facili da tradurre. Conosco il francese abbastanza da sapere che è un peccato leggere L’educazione sentimentale in italiano. Ciò non di meno l’essenza di quel mirabile capolavoro è, in un certo senso, extra-linguistica. Per quanto invidi profondamente chi legge Anna Karenina nella lingua di Tolstoj, sono convinto che il treno su cui viaggia Anna mentre fuori imperversa la tempesta non appartenga solo ai russofoni ma anche a me, e a voi naturalmente.

L’anima dei romanzi è talmente cosmopolita da piegare ogni lingua ai propri scopi. Lo stile di Kawabata conserva in traduzione il nitore scintillante di un paesaggio innevato. La prosa di Agnon mantiene in italiano una scabrezza inaccessibile ai miei compatrioti. Il consumato lettore di narrativa, da qualunque Paese provenga, in qualsiasi idioma legga, impiega poco a capire che Jane Austen prende sul serio i buoni partiti; che Balzac ha una visione del mondo assimilabile a quella di Donald Trump; che Flaubert ha un debole per gli stupidi, Huysmans ha seri problemi con l’alimentazione e Tanizaki guarda le ragazzine con gli occhi di un serial killer: in tali consapevolezze si annida parte del suo piacere.

Un po’ di intimità

Scrivere un romanzo è come organizzare una festa: la cosa difficile è creare l’atmosfera. Nell’Ottocento i romanzieri erano molto attenti a mettere a proprio agio il lettore. Si è soliti dire che il segreto dell’immenso successo di Charles Dickens (nella sua epoca come nella nostra) risieda in favolosi intrecci. Bah! Trovo le trame dickensiane farraginose, implausibili e talvolta persino difficili da seguire. Dickens è uno stupefacente pittore e un ospite straordinario. Pensate a come ci accoglie in Casa desolata: «Tanto fango nelle vie che pare che le acque si siano appena ritirate dalla superficie della terra e non stupirebbe incontrare un megalosauro di quaranta piedi circa, che guazza come una lucertola gigantesca lungo Holborn Hill». Londra come Jurassic Park. Solo Dickens poteva tanto.

Il mondo dei romanzi, sebbene gli somigli parecchio, non ha niente a che fare con quello in cui viviamo. Nelle sue lezioni Foster notava come i personaggi romanzeschi possano stare anche diversi giorni senza mangiare. Non dormono mai. In compenso scopano molto più di noi. I romanzi obbediscono alle leggi delle fiabe. I paesaggi sono posticci come le città dei film western. Il narratore cerca la sintesi, se ne infischia della completezza. Il realismo è un’aspirazione, una tensione di chi scrive e di chi legge, non certo un fine realizzabile.

Ma la narrativa serve?

«Non inganno il lettore» si chiedeva Cechov «col mio non saper dare una risposta agli interrogativi più importanti?». A questo serve la narrativa? A fornire risposte a interrogativi importanti? C’è chi lo crede, chi lo ha creduto: Tolstoj per esempio, e anche Dostoevskij. A suo modo — un modo per nulla oracolare — ci ha creduto anche Proust, per non dire di Camus. E tuttavia le loro risposte sono decisamente al di sotto delle loro creazioni. Chissà che Cechov nella sua proverbiale modestia non ci abbia visto giusto. Chi legge narrativa per avere risposte definitive fa un investimento sbagliato. Se non altro perché gli interrogativi davvero importanti sono quelli senza risposta. Dice bene Cheever: la narrativa deve illuminare e ristorare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...