Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi Reading con CARLO SPERDUTI

Un tebbirile intanchesimo si abbatterà sulla libreria Il Ghigno di Molfetta.

READING CON  CARLO SPERDUTI download (1)

GIOVANE SCRITTORE ROMANO

UnA Serata SpaSSosa e briLLante 

VENERDI’ 14 MARZO ORE 20,30 INGRESSO LIBERO

Caro lettore di quarta di copertina,

su questo libro è stato lanciato un terribile incantesimo.Bada bene che le parole hanno preso il sopravvento sulle storie e dettano legge nel mondo dei racconti.

Crederai forse che vi si narrino avventure straordinarie e grandi amori ma non lasciarti ingannare  ovunque ti accerchiano sillogismi e sofismi motti e motivetti.Ci sono perfino fenicotteri loquaci e streghe dislessiche.

Eppure basta una srafe sbagliata per  ….

Gorilla Sapiens Edizioni è una piccola casa editrice indipendente romana.

CHI È CARLO SPERDUTI?
Carlo è nato nel 1984. Scrive a Roma, dove si occupa di eventi e laboratori letterari. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da CaratteriMobili e Zero91. Per Intermezzi Editore ha pubblicato “Caterina fu gettata” (2011) e “Valentina controvento” (2013). “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” è il suo primo libro con Gorilla Sapiens Edizioni.
Blog: http://carlosperduti.wordpress.com/

IL LIBRO ” UN TEBBIRILE INTANCHESIMO E ALTRI RATTONCHI “

SPERDUTI_webCopertina di Rita Petruccioli.
Prefazione di Gero Mannella.
All’interno un’illustrazione di Lucamaleonte.

Le parole non sono solo un mezzo per raccontare una storia, ma possono innescarla e influenzarla. In questa raccolta di racconti, il linguaggio interviene nella trama, si fa protagonista o deus ex machina.
A legare le tre sezioni del libro (AvventureAmoriSaggistica) è un umorismo basato tanto sul gioco di parole quanto sul gusto del paradosso.

Le narrazioni si sviluppano quindi tra doppi sensi e ambiguità linguistiche, tra sillogismi e sofismi, passando per l’invenzione di una lingua dislessica che ha, in effetti, qualcosa di magico.

È il terribile incantesimo della parola che prende il sopravvento sulla narrazione e che esercita il suo potere fascinatorio cogliendo di sorpresa, suscitando il riso e talvolta (come nell’apposito Intermezzo tragico) inquietudine.  http://www.gorillasapiensedizioni.com/libri/un-tebbirile-intanchesimo-e-altri-rattonchi

Un piccolo estratto : Dalla sezione Avventure,

Istruzioni per Lucio

Allora, Lucio, ascolta bene perché la cosa è urgente. I musicisti arriveranno a minuti e non possiamo fargli trovare il locale chiuso.
Queste a forma di motorino sono le chiavi della cantina, queste a forma di porta sono le chiavi del box del motorino, queste a forma di box sono le chiavi della cassetta della posta, queste a forma di lettera sono le chiavi dell’auto, queste a forma di pneumatico sono le chiavi del negozio, queste a forma di cantina sono le chiavi del condominio, queste a forma di bolletta sono le chiavi di casa.
Se dovessi far confusione, ricordati che le chiavi del box del motorino sono più grandi di quelle della cantina, più piccole di quelle della cassetta della posta e delle stesse dimensioni di quelle dell’auto, mentre le chiavi del negozio sono le più grandi a eccezione di quelle di casa e di quelle del condominio, che sono molto più piccole di quelle di casa.
La serranda del negozio l’ho lasciata sollevata, ma ho dato quattro mandate, mentre per la porta di casa ne bastano due. Per quanto riguarda il box del motorino, inserisci la chiave nella toppa e gira un po’ a destra: quando senti lo scatto è andata. Il portone del condominio fa gli scherzi: se la chiave non gira devi tirarla un po’ indietro, mentre nella cassetta della posta devi far forza. In cantina bisogna appoggiarsi con la spalla e spingere mentre si gira la chiave. Con l’auto di solito non ci sono problemi, ma in caso mi fai uno squillo.
Dovresti farmi un favore mentre io resto qui ad aspettare: nella fretta ho dimenticato nel box del motorino lo zaino in cui ho messo il fondo cassa del locale e nello sgabuzzino del negozio il proiettore, quindi dovresti fare un salto in negozio, aprire – con le chiavi a forma di pneumatico, ricorda – e prendere il proiettore; poi – con le chiavi a forma di porta, ricorda – aprire il box del motorino e prendere lo zaino con il fondo cassa. Dopodiché passare a casa mia – ricordati che le chiavi del condominio sono quelle a forma di cantina e quelle della porta sono a forma di bolletta – e prendere i cavi nel secondo cassetto partendo dal basso a sinistra nella cassettiera a destra del letto in camera, quella vicino all’armadio. Scendendo, o prima di salire, come ti pare, dovresti controllare se in cantina – ricordati: chiavi a forma di motorino e spinta con la spalla – ci sono le aste per i microfoni. Se non dovessero esserci, la mia auto è parcheggiata poco distante: esci dal portone, giri a sinistra, poi a sinistra, poi a sinistra, poi vai dritto per duecento metri e poi a destra, apri – con le chiavi a forma di lettera, ricorda – e controlli nel bagagliaio. Però non ti dimenticare, quando sei a casa mia, di prendere le chiavi del locale nella cassetta della posta facendo forza con le chiavi a forma di box, ché le ho lasciate lì ieri notte perché stamattina sarebbe dovuto passare a prenderle Giacomo per il corso di fotografia e ci eravamo messi d’accordo che mi avrebbe citofonato e gli avrei aperto, ché io di mattina dormo e col cazzo che mi metto a scendere e a risalire per cinque piani senza ascensore, ma poi Giacomo è morto e io ho dimenticato di prenderle quando sono uscito di casa.
Grazie.

Carlo Sperduti
Doveva succedere: qualcuno ha registrato quel che dico se intervistato all’improvviso e l’ha trascritto integralmente o quasi. Il risultato è che parlo come se mi fossi appena svegliato, sparando nomi grossi quando non so più che dire.
A farlo è stata Oli Emma Petruzzella, che ringrazio per avermi definitivamente convinto a star zitto; il luogo del misfatto è il suo blog “Biancaneve critica“.

mercoledì 19 marzo 2014

INTERVISTA A CARLO SPERDUTI

http://biancanevecritica.blogspot.it/2014/03/intervista-carlo-sperduti.html

 
Salve, lettori compulsivi. Oggi voglio presentarvi lo scrittore romano Carlo Sperduti, che ho incontrato venerdì 14 marzo al reading Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi che si è tenuto presso la libreria Il Ghigno a Molfetta (la mia città). Poco prima di questo incontro, ho potuto incontrare questo autore e intervistarlo. La chiacchierata è stata divertente e istruttiva, così come la serata che ne è seguita. Ho registrato l’intervista e vi riporto la trascrizione.
Chi Carlo Sperduti? Classe 19, leone, ha frequentato il liceo scientifico e si è laureato in Lettere e Filosofia. Non è un attore, nonostante legga come fosse tale.
 
BIANCANEVE (B): Ciao Carlo, grazie per avermi concesso questa intervista e benvenuto nel mio blog, Biancaneve critica. Mi rifaccio all’idea del veleno, della critica avvelenata, deriva da là il titolo. Un po’ contorta come cosa.
CARLO SPERDUTI (CS): (ride) è una minaccia, quindi.
BSì, abbastanza. Bene, parlami un po’ di te, presentati ai miei lettori.
CS: Stai registrando, questa cosa non mi era mai successa! (ride un po’ imbarazzato). Ciao, sono Carlo Sperduti e – che faccio? – scrivo racconti, fondamentalmente perché mi piace la forma breve. I miei autori di riferimento sono tutti maestri della forma breve. Questo naturalmente non vuole che non leggo romanzi, però mi piacciono le strutture cristalline: tutto quello che nel romanzo è necessario, ad esempio tutto quello che riguarda la digressione o il dilungarsi, nel racconto è spazzata via perché in poche cartelle – per usare un termine editoriale abbastanza brutto – non bisogna sbagliare una parola e neanche una virgola. Quando si riesce a fare questo e, in quel poco spazio, creare un mondo altro, si è fatta un opera letteraria di un certo livello. Ti faccio un esempio banale per spiegarti quello che intendo: se si legge un qualsiasi racconto di Borges si ha un’idea di quello che sto dicendo a proposito del racconto breve. Uno qualsiasi dei Racconti delle finzioniè un cristallo, una geometria perfetta, ma è anche un mondo a parte. E riuscire a farlo in cinque pagine per me è ha del miracoloso. È tutto molto studiato e apprezzo proprio questo.
Questa da cui leggiamo qualcosa stasera è una raccolta, una miscellanea nel senso che è una cosa costruita a posteriori, non è nata come raccolta vera e propria, ma è un compendio dei racconti brevi e brevissimi che ho scritto negli ultimi quattro o cinque anni. Il criterio di selezione per la maggior parte della sezione dell’Intermezzo tragico che si commenta da sé è quella della cretineria, cioè ho preso i racconti più stupidi che io abbia mai scritto e li ho messi là dentro. Tutto qua.
BGià in precedenza avevi pubblicato un altro libro…
CS: Sì, nel dicembre 2013, insieme a questa raccolta è uscito un libro con Intermezzi editoreche si chiama Valentina controvento, che è in realtà un ebook, anche se c’è poi un’edizione limitata cartacea, che è in una collana che si chiama Ottantamila, che sarebbe il limite massimo di battute consentite a ogni autore: dalle quaranta alle ottantamila, quindi né un romanzo né un racconto vero e proprio, una via di mezzo, insomma. È la storia di una ragazza che deve progettare un macchinario contro la caduta dei cappelli, che è una tragedia che ci riguarda tutti, soprattutto quando tira molto vento. E sempre con Intermezzi un paio di anni fa ho pubblicato un romanzo breve tra il surreale e il metaletterario che si chiama Caterina fu gettata. In tutti e due i casi, il titolo precedeva la storia, cioè ho inventato prima il titolo e poi ci ho scritto la storia, come regola così, aleatoria.
BBeato te! Io ho problemi a trovare i titoli…
CS: Questi sono facili perché sono ottonarie – taratara taratara: Caterina fu gettataValentina controvento. È sempre la stessa scansione, la stessa metrica.
B: Oltre Borges, hai qualche altro autore di riferimento a cui ti ispiri?
CS: Quanto tempo hai? (ride). Vabbè, rimanendo sul sudamericano, sicuramente Cortázar, sempre per motivi di maestria nella brevità; Adolfo Bioy Casares, sempre di quel giro lì, se lo vogliamo chiamare così; poi gli autori dell’Oulipo francese Georges Perec, Queneau, Roubaud per una questione di inversione dell’equilibrio tra il contenuto e la forma, cioè io sono convinto che il contenuto sia la forma, quindi una volta che la forma è azzeccata, hai fatto letteratura o comunque hai fatto qualcosa che c’entra con il mezzo che hai deciso di utilizzare ed è una questione anche di consapevolezza di quello che si sta facendo. Cioè, se io agisco nel cinema, a mio parere devo prima di tutto preoccuparmi  del fatto che sto utilizzando delle immagini in movimento, e una volta che ho fatto quello posso inserire il contenuto in una forma che sia quella, altrimenti non ci sarebbe differenza tra fare un film e scrivere un romanzo.
 
 
Poi, tra gli italiani, apprezzo sicuramente Calvino, ma per derivazione. In realtà ho cominciato a leggere prima Calvino, poi sono arrivato a loro e mi sono reso contro che era per derivazione che leggevo Calvino. Ultimamente sto leggendo un bel po’ di Buzzati.
Per andare indietro sicuramente Laurence Sterne, che andava oltre l’avanguardia a metà del Settecento e che prendeva in giro il romanzo ottocentesco quando ancora questo non esisteva. Per me questa è una cosa geniale. In Laurence Sterne c’è tutto, tutto quello che adesso consideriamo incredibilmente sperimentale, anche se considerare sperimentale ciò che esisteva già tre secoli fa è strano.
Poi sicuramente Cervantes. Chi altro? Andando indietro indietro – vabbè non andiamo troppo indietro! (ride) – Melville. Di Melville sicuramente Moby Dick, ma di più mi ha influenzatoBartleby lo scrivano. Stevenson, Jules Verne. Vabbè, basta! (ride).
BQuindi anche l’avventura…
CS: Assolutamente! A me interessa l’avventura sempre per motivi chiaramente di divertimento, perché io sono convinto che la letteratura sia una cosa divertente, nonostante quello che dicono a scuola, perché poi il danno viene da lì: se mi si presenta la letteratura come una cosa su cui suicidarmi, allora è chiaro che io uscito da scuola non leggerò mai più un libro. Il punto è che la letteratura è divertente e lo è anche quando non lo sembra. Altro autore di riferimento: Edgar Allan Poe. Era un autore dotato, a parte di una perfezione nei racconti, anche di un’ironia strabordante. Il mito di Edgar Allan Poe come autore macabro finisce dove si supera il contenuto e si bada alla forma: qui ci accorgiamo che lui si divertiva come un matto. D’altra parte l’hanno trovato morto ubriaco in un seggio elettorale, cioè anche quando è morto ha fatto il cretino.
Qual era la domanda?
BChi erano gli autori a cui ti ispiri. Credo che tu abbia risposto in maniera molto esauriente.
CS: Ma sicuramente ce n’è qualcun altro.
BDa dove prendi l’ispirazione? Dalla vita quotidiana o è tutta fantasia?
CS: In realtà, la parola ispirazione non mi piace.
BSì, non è molto corretta.
CS: Non mi piace per niente perché scrivere qualcosa è semplicemente applicare chiaramente quello che si vive, ma come in qualsiasi altra cosa bisogna applicarlo con un’ottica diversa. Degli elementi autobiografici ci sono sempre, per forza di cose, ma io tendo a eliminarli o a modificarli il più possibile perché non mi interessa che poi si va a dire: “Oh, vedi qui, questo autore dice questo perché gli era successo quest’altro”. Non mi interessa assolutamente, quello si chiama “gossip”, e non c’entra niente col raccontare una storia. È per questo che non parto mai dal contenuto, ma parto sempre da un’idea strutturale o da un concetto. Nel caso del titolo della mia raccolta, Un tebbirile intanchesimo – che è “un terribile incantesimo” detto in maniera dislessica – l’idea era quella concettuale di scrivere un racconto – non avevo assolutamente in mente la trama e neanche la struttura all’inizio – che si basasse su un difetto linguistico, su una devianza linguista. Una volta che mi è venuto in mente questo, mi è venuta in mente la dislessia, che non ha niente a che fare con la mia vita privata. E una volta che mi è venuta in mente la dislessia, mi è venuta in mente la struttura, o meglio l’espediente formale, cioè di scrivere il racconto interamente in “dislessico”, se si può usare questo termine per una lingua; e, al contempo, di far rientrare la dislessia come agente nella trama stessa del racconto: cioè, la dislessia non è solo il mezzo con cui ho scritto il racconto, ma è anche la chiave per risolvere l’intanchesimo.
Quindi, sempre prima l’idea concettuale e strutturale, e poi una trama adattata a quell’idea, mai il contrario, mai prima la trama e poi il resto. Questo è quello che faccio di solito. Ci sono delle eccezioni, di cui mi pento fortemente. In questa raccolta ce ne sono solo due su venticinque, quindi sto andando bene (ride).
BScrivi da sempre, da quando eri bambino, o è un qualcosa che hai maturato crescendo?
CS: Ho scritto dei racconti quando avevo nove anni, poi più nulla fino ai diciassette – diciotto, in cui ne ho scritti tre o quattro, poi più nulla fino a cinque anni fa. Quindi no, è una cosa che in maniera sistematica faccio da pochissimo tempo, al contrario di quello che faccio con la lettura: dai tredici – quattordici anni in poi non ho mai smesso.

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    Il Ghigno Libreria un mare di storie
    Dal 1981  
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