Biblioterapia: Franzen per le crisi, un Naipaul per il mal di schiena. Come curarsi con i libri

I romanzi possono curarci e ogni autore ha un suo potere terapeutico. Vargas Llosa per esempio vale come afrodisiaco. Due nuovi volumi sull’argomento

di RAFFAELLA DE SANTIS

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12 novembre 2013

Tutti abbiamo in mente almeno un romanzo che ci è stato di aiuto nella vita. Ricordiamo il giorno in cui abbiamo smesso di piangerci addosso prendendo esempio dalla forza d’animo di Santiago nel Vecchio e il mare o quello in cui abbiamo scoperto che non eravamo gli unici ad essere stati cacciati da scuola, perché era già successo al giovane Holden. E tutto ciò ci conforta, ci fa sentire meno soli.

Così da qualche anno l’idea di usare anche i romanzi per curarci ha preso sempre più piede, tanto da dar vita a una nuova disciplina, ribattezzata appunto “biblioterapia” (basta digitare il nome su Google e vengono fuori migliaia di risultati).

Ora sono usciti due libri sull’argomento: il primo è di Alain de Botton e John Armstrong e s’intitola Art as Therapy (edizioni Phaidon, Arte come terapia, in uscita a novembre per Guanda), il secondo The Novel Cure (edizioni Canongate, Curarsi con i libri, tra le prossime pubblicazioni Sellerio) di Ella Berthoud, pittrice e insegnante di arte, e Susan Elderkin, scrittrice e biblioterapista proprio alla School of Life fondata a Londra da De Botton. Quest’ultimo è organizzato come un prontuario medico di rimedi letterari per curare il mal d’amore con Emile Brönte e l’abulia esistenziale con El Doctorow e Georges Perec.

Ogni autore ha il suo potere terapeutico: Mario Vargas Llosa è afrodisiaco, Cormac McCarthy fa bene ai maschi in crisi di paternità, Franzen è ottimo per affrontare le crisi familiari (si citano Le correzioni, evidentemente per capire cosa non bisogna fare) e Naipaul funziona contro il mal di schiena. Nell’introduzione del libro, infatti, le autrici specificano che la letteratura guarisce i dolori dell’anima ma anche gli acciacchi fisici, medicando cuori spezzati e gambe rotte (non senza ironia, naturalmente). Alla lista ognuno sicuramente potrebbe divertirsi ad aggiungere i propri romanzi, perché no, Chéri di Colette,  per signore ancora vogliose di avventure, o L’avversario di Emmanuel Carrère per i bugiardi cronici.

Una quindicina di anni fa, in Inghilterra fu pubblicato il libro di Alain de Botton Come Marcel Proust può cambiarvi la vita (Guanda), al quale il saggio di Ella Berthoud e Susan Elderkin è chiaramente debitore. Anche allora il proposito di base era molto semplice: ogni libro ci parla di noi. Dunque, non esiste letteratura che non abbia effetti sulla nostra vita. Nel caso specifico la Recherche di Proust indagando sul tempo che passa, “ci insegna a non dissiparlo e ad individuare le nostre priorità esistenziali, prima che sia troppo tardi”. Proust in effetti risulta essere uno degli autori più amati dai biblioterapisti, chiaramente per la sua ineguagliabile capacità di scandagliare la nostra psicologia nelle sue più ardite sfumature. Nicola Lagioia, scrittore e direttore della collana Nichel di minimum fax, la vede in questo modo: “Se leggi Proust e l’Albertine scomparsa trovi conforto alla tua gelosia. Attraverso i fallimenti altrui sentiamo di non essere gli unici sfigati, gli unici gelosi, gli unici a cui è successa una disgrazia. La letteratura ti  fa sentire meno solo e soprattutto ti fa capire che l’happy ending non è scontato, che non sempre le cose vanno come tu vorresti, ma che non sei l’unico ad avere questi problemi. Per me la terapia attraverso i romanzi e’ sempre omeopatica. Attraverso il dolore del personaggio trovo sollievo al mio dolore”.

Difficile che un libro che ci piace ci lasci indifferenti e che non modifichi in qualche maniera la nostra vita. E’ stato così anche per Michela Murgia: “Padre padrone di Gavino Ledda mi ha fatto risparmiare molti soldi dall’analista. Scelgo i libri in base all’umore che voglio correggere. Penso che ci siano libri dopaminici e libri serotoninici. Sicuramente se sto male non leggo prima di addormentarmi Stephen King”. Non è detto però che l’effetto dei romanzi sia sempre benefico: Don Chisciotte a forza di leggere narrazioni cavalleresche impazzisce e Madame Bovary è a suo modo una vittima delle storie d’amore che la appassionano. Nonostante tutto la tendenza ora è quella di trasformare anche la narrativa in una pratica di self-help. Ma bisognerebbe ricordare che leggere, come spiega Paolo Mauri, può anche far male: “Si pensa che leggendo si diventi migliori, che un uomo che legge ne vale due. Sono solo slogan. In realtà leggendo si scoprono anche cose che non sempre fa bene sapere. Si esplora la natura umana, la doppiezza delle anime, a cominciare dalla propria” (L’arte di leggere, Einaudi).

Nel suo ultimo romanzo, Livelli di vita (Einaudi), Jules Barnes racconta di una donna che tenta di prepararsi alla morte del marito procurandosi una serie di libri che affrontano il tema della perdita, che però “quando venne il momento non fecero alcuna differenza”. Benvengano quindi i  romanzi inutili (quelli che non servono a uno scopo), quelli scorretti (Céline, ad esempio) e perfino quelli divorati per puro svago. “Nei libri cerco solo di procurarmi un po’ di piacere con un onesto passatempo”, diceva Montaigne. E’ già tantissimo.

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