Ragazze di campagna di Edna O’Brien Elliot edizioni

Il miracolo di Edna

Torna il primo romanzo della Murdoch, che in mezzo secolo non ha perso nulla. E anzi, dal confronto con l’oggi, ci guadagna

DI ELENA STANCANELLI

Il miracolo di Edna

C’è una poesia di Emily Dickinson che dice: «Per fare un prato occorrono un trifoglio e un’ape /Un trifoglio e un’ape / E immaginazione./ L’immaginazione da sola basterà /Se le api sono poche». Questa poesia mi ha sempre fatto pensare a tutto, e in particolare alla letteratura. I grandi scrittori non hano bisogno di quasi niente per scrivere grandi romanzi, spesso neanche delle api. Ragazze di campagna di Edna O’Brien è un libro fatto con due stracci – due ragazze, la voglia di diventare grandi, la fuga dalla campagna alla città. Non ci sono colpi di scena, quasi niente che non potrebbe capitare a chiunque fosse nato povero e in una qualsiasi periferia del mondo, in qualsiasi epoca. È un libro che parla dell’essere umano, una manuale di anatomia dell’anima. Ogni parola, ogni aggettivo ogni frase sono così essenziali, così fortemente centripeti che non riesci mai a distrarti neanche per due righe.

In un’intervista per la Paris Review Edna O’Brien racconta di aver scritto questo libro in tre settimane. Dopo aver lasciato per la prima volta il suo piccolo paesello bigotto in Irlanda. Londra, racconta, e la lettura di Hemingway furono le due rivelazioni: il libro si scrisse quasi da solo, come spintonato da un’urgenza inarrestabile. Edna O’Brien sostiene inoltre che la tristezza della sua infanzia è stata cruciale per fare di lei uno scrittore. Anche lei, come le sue due protagoniste Baba e Caithleen, dopo aver fatto le scuole elementari nel piccolo e insopportabile paesello, è stata mandata a studiare in un convento di suore. Il solito convento gelido, dove si mangia carne andata a male e ci si ammala di geloni, dove la notte le ragazzine piangono sotto le loro coperte, ingozzandosi di quel po’ di dolci che vengono loro spediti da casa.

Baba è figlia di donna molta bella che avrebbe voluto essere una ballerina e si accontenta di farsi guardare mentre, appollaiata su uno sgabello del bar, butta giù bicchieri di gin. Caithleen ha una madre rassegnata e un padre alcolizzato, e un amore adulto tutto sbagliato. L’amicizia tra le due ragazze è la più buffa che si possa immaginare. Tutta fatta di dispetti, orribili offese e abbracci inestricabili. Partiranno insieme per la città, giovani e belle. Insieme sfideranno ogni tristezza, sempre perdendo, come in ogni gran vita che si rispetti. Quasi tutte le storie, racconta ancora Edna O’Brien (altre di queste verrano presto ripubblicate da Elliot) parlano d’amore, ma le mie parlano soprattutto di perdita. E chissà che non sia la stessa cosa.

– Edna O’Brien, Ragazze di campagna, Elliot, 17,50 euro, nuova traduzione di Cosetta Cavallante

Beati i sessanta
«Io non so se l’amore è una guerra o una tregua», scrive la poetessa Mariangela Gualtieri. Quello che so è che leggere oggi un romanzo scritto all’inizio degli anni 60, produce un leggero senso di vergogna, come di quando sei a bordo vasca e qualcuno grida «non c’è l’acqua alta!». Eravamo più forti? Più spavalde? Quando abbiamo smesso di pensare che l’amore, e ogni altra faccenda della vita, avrebbe potuto essere semplice? Caith e Baba hanno polpacci forti e un gran cuore, e si buttano avanti con tutta la loro precarietà. Piangono poco, ridono poco, amano combattendo. A volte penso che noi invece combattiamo per conquistarci una gran noia e mosci, moscissimi amori giusti. Sto parlando di letteratura, ca va sans dire. E.S.

Ragazze di campagna di Edna O’Brien

È l’unico momento in cui sono contenta di essere donna, quell’ora della sera in cui tiro le tende, mi spoglio dei soliti vestiti e mi preparo per uscire. L’eccitazione cresce, minuto per minuto. Mi spazzolo i capelli alla luce della lampada e hanno i colori delle foglie d’autunno sotto il sole. Metto un po’ di ombretto scuro sulle palpebre e mi stupisco dell’aria misteriosa che dona ai miei occhi. Non mi piace essere una donna: vanitosa, frivola, superficiale. Basta dire a una donna che sei innamorato di lei e quella ti chiederà di metterlo nero su bianco, per farlo vedere alle amiche. Ma a quell’ora della sera mi sento sempre felice. Provo tenerezza per il mondo intero.

Pubblicato nel 1960, “Ragazze di campagna” suscitò incredibili reazioni di sdegno e condanna: il libro fu bruciato sul sagrato delle chiese e messo all’indice per aver raccontato il desiderio di una nuova generazione di donne che rivendicava il diritto di poter vivere e parlare liberamente della propria sessualità. Edna O’Brien aveva poco più di venti anni e non poteva certo pensare che il suo esordio avrebbe generato uno scandalo di queste proporzioni. Oggi, a più di cinquant’anni di distanza – durante i quali sono stati fatti importanti passi avanti sulla questione dei diritti delle donne, ma siamo ancora molto indietro -, il romanzo di Edna O’Brien ci stupisce per la freschezza che conserva tra le pagine, per la sincerità e la spontaneità della storia che racconta.

Scritto in soli tre mesi, molto autobiografico, “Ragazze di campagna” è una storia di formazione ambientata nell’Irlanda cattolica, cupa e chiusa a metà Novecento. Protagonista è la giovane Caithleen. Nata in una famiglia modesta in un piccolo villaggio della campagna irlandese, Caithleen cresce con la madre, una donna affettuosa e gentile, e un padre-padrone alcolista e assente. La sua migliore amica è Baba, l’arrogante e spudorata figlia del veterinario, che non perde occasione per insultarla e prendersi gioco di lei. Caithleen è brava a scuola, è brillante e intelligente, ma è troppo timida e ingenua per tenere testa alle cattiverie dell’amica, che inevitabilmente riesce a trascinarla e manipolarla. Dopo la morte della madre in un tragico incidente, Caithleen va a vivere a casa di Baba fino alla partenza per il collegio. Lì, insofferenti alle rigidissime regole delle suore, le due giovani mettono in piedi una trovata per farsi espellere. Così, ancora ragazze, Caithleen e Baba arrivano a Dublino in cerca di fortuna, convinte di poter conquistare il mondo. Le loro strade presto si divideranno e la vita le metterà davanti a nuove dure prove.

Con “Ragazze di campagna” nel 1962 Edna O’Brien ha ricevuto il prestigioso Kingsley Amis Award. Da allora si è meritata un posto d’onore nella storia della letteratura contemporanea irlandese, e le sono stati attribuiti tutti i più importanti riconoscimenti letterari. Grande innovatrice nello stile e nei temi, Edna O’Brien è considerata una delle scrittrici più importanti della sua generazione. Philip Roth l’ha definita addirittura “la più grande scrittrice vivente in lingua inglese”.
“Ragazze di campagna”, primo capitolo di una trilogia che comprende “La ragazza sola” (Rizzoli, 1963) e “Ragazze nella felicità coniugale” (E/O, 1990), già preannuncia la direzione futura della narrativa della O’Brien, l’indagine psicologica e la denuncia sociale dei suoi scritti successivi.
Amaro e triste, incisivo come solo alcune giovani opere sanno essere, “Ragazze di campagna” è un romanzo toccante e ironico, il ritratto di un’epoca in fermento, di grandi cambiamenti e tragiche contraddizioni.

Edna O’Brien – Ragazze di campagna
Titolo originale: The Country Girls
Traduzione di Cosetta Cavallante
256 pagg., 17,50 € – Edizioni Elliot 2013 (Scatti)

da http://www.wuz.it/recensione-libro/7881/Ragazze-campagna-Edna-Brien.html

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