SIMONA BALDELLI “EVELINA E LE FATE” Vincitrice del premio John Fante opera prima 2013 e finalista premio Calvino 2012

In occasione  dei 70 anni dalla resistenza la libreria il Ghigno un mare di storie ha il piacere di invitare la S.V. all’incontro con Simona Baldelli,autrice di Evelina e le fate,Giunti editore.

Simona Baldelli presenta “Evelina e le fate”

lunedi’ 21 ottobre 2013 ore 11,00 Istituto tecnico commerciale  G.Salvemini Molfetta l’autrice incontra gli studenti

ore 18,00 biblioteca comunale Daconto Giovinazzo

ore 19,30 presso la libreria il Ghigno un mare di storie in via Salepico 47 a Molfetta (Bari)

“La resistenza  e le fate di Evelina una bambina racconta la fine della guerra di liberazione ne parlano con l’autrice del romanzo Prof e Preside Sabino Lafasciano e la scrittrice Rosaria Iodice

Vincitrice del premio John Fante opera prima 2013 e finalista premio Calvino 2012.

Ed è stato eletto libro del mese di marzo dal programma radiofonico Fahrenheit.

“Evelina e le fate” è un romanzo storico di Simona Baldelli, pubblicato nel 2013 nella collana Italiana della Giunti Editore.

TORNARE AL PASSATO PER DARE SENSO AL PRESENTE.
UN RACCONTO CHE ANNODA I FILI DELLA GRANDE STORIA A QUELLI MAGICI E COLORATI DELLA VITA DI UNA BAMBINA E DEL SUO MONDO FANTASTICO, IN UN PICCOLO PAESE DELLA CAMPAGNA ITALIANA.

DAL LIBRO

«Evelina cercava la pace e il silenzio. Per quello si svegliava prima di tutti. Prima del padre che andava presto nei campi, prima della madre e della nonna che facevano le faccende, prima dei fratelli più grandi che andavano a scuola e di quelli più piccoli che invece dormivano fino a tardi. Certe mattine si svegliava persino prima del gallo. Le piaceva stare un po’ alla finestra della camera e guardare Candelara. Quella mattina le case verso il paese erano sparite nel bianco. Poi le sembrò che la neve si muovesse.»

La guerra e il dolore, vincitori e vinti, nel racconto di una bambina che vede l’invisibile

Il domani ha bisogno di memoria per potere esistere.

La grande Storia attraverso gli occhi di una bambina e il suo mondo magico.

Hanno detto del libro

una scrittura straordinariamente matura, trattandosi di un’opera prima, e assai espressiva – che fa largo uso di un dialetto molto simile a quello felliniano di Amarcord e Otto e mezzo ”“

Il sorprendente romanzo di esordio di Simona Baldelli è un libro magico e non per la presenza delle fate, ma per una narrazione che riesce ad amalgamare con assoluta naturalezza vita vissuta e tradizioni, sofferenza e storia vera, piccoli momenti di gioia e dolori assoluti. ” Alessandro Rota la Repubblica

la forza di questo romanzo,oltre che nel plot e nella descrizione realistica di questa italia contadina anche attraverso un uso letterariamente del dialetto risiede nel tratteggio dei personaggi che dipingono gli aspetti migliori e deteriori del carattere degli italiani” Angelo Mastrandrea il Manifesto

“Ogni dettaglio appare concreto,si possono quasi sentire gli odori e vedere i colori, anche perchè tutto è filtrato attraverso un uso inedito e sapiente del dialetto locale.Bisogna lasciarsi andare e seguirlo come una melodia ,come una chiave sapiente per entrare nel mondo di Evelina,dove guerra e magia misteriosamente coesistono. Antonia Arslan ,Famiglia Cristiana

“Un racconto poetico e ritmato,sospeso tra il dolore e il riscatto,tra le paure e la forza che serve a scalzarle. Baldelli sorprende per la grazia e la capacita’ di afferrare dettagli,voci,pezzi di parole scaldate dal dialetto”

Paolo Di Paolo l’Unita’

i commenti dei lettori su facebook

 grande presentazione stasera,un appuntamento con la bella letteratura.Quando le parole ti prendono per mano e ti conducono dentro il mare della poesia.

L’AUTRICE

Simona Baldelli

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Questo è il suo primo romanzo, finalista al Premio Calvino 2012.

La narrazione si apre con una scena memorabile, l’arrivo degli sfollati: a Evelina pare che dalla neve stiano uscendo le anime dei morti. La bambina vede due fate: la Nera, dai tratti cupi, e la Scepa, la fata allegra, colorata, con una veste a fiori, che ride sempre. Nei dintorni del casolare girano i partigiani: il loro capo, il Toscano, ottiene dal padre di Evelina, che con loro simpatizza, del cibo. Evelina e i suoi fratelli Sergio e Maria trovano il cadavere di un tedesco ammazzato dai partigiani: la Nera li fa scappare in tempo, e li spinge a nascondersi, pochi attimi prima dell’arrivo dei tedeschi. In un succedersi incalzante di colpi di scena, sulle colline attraversate dalla linea gotica alle spalle di Pesaro, in attesa dell’arrivo degli Alleati, trascorre l’ultimo anno della Seconda guerra mondiale filtrato dallo sguardo magico dell’infanzia, e travolge tutta la famiglia di Evelina, padre e madre molto malata, i fratelli, e il segreto di una bambina ebrea nascosta sotto una botola dentro la stalla. Realtà e magia si mescolano e si intrecciano, facendo rivivere il mondo contadino e quello delle fiabe, l’intrico complesso della guerra civile e di quella mondiale. Lo stile asciutto, arricchito di elementi dialettali, rende il racconto più reale: parole magiche, parole amuleti, filastrocche, che aprono la porta al sogno o alla profezia. E alla comprensione possibile di quello che accade.

Evelina e le fate è la storia di una bambina di cinque anni che vede con gli occhi della sua età quello che accade intorno a lei. Il libro si apre su una scena memorabile, l’ arrivo degli sfollati. A Evelina pare che dalla neve stiano uscendo le anime dei morti. In un succedersi incalzante di vicende e colpi di scena, sulle colline attraversate dalla Linea Gotica alle spalle di Pesaro, in attesa dell’arrivo degli alleati, trascorre l’ ultimo anno della seconda guerra mondiale e travolge tutta la famiglia di Evelina, padre e madre molto malata, i fratelli, e il segreto di una bambina ebrea nascosta sotto una botola dentro la stalla. A Evelina si accompagnano, premurose e materne, due fate: la Nera, dai tratti cupi, e la Scèpa, la fata allegra, colorata, con una veste a fiori, che ride sempre. Nei dintorni del casolare si aggirano i partigiani, e il lorocapo, il Toscano, ottiene dal padre di Evelina, che simpatizza con loro, del cibo. Evelina e i suoi fratelli trovano il cadavere di un tedesco, e la Nera li fa scappare in tempo, spingendoli a nascondersi, pochi attimi prima dell’ arrivo dei soldati tedeschi. Realtà e magia si mescolano e si intrecciano in questo esordio denso e maturo, facendo rivivere il mondo contadino e insieme quello delle fiabe antiche con l’ intrico complesso della guerra civile e di quella mondiale. Lo stile asciutto che l’ autrice sa ben controllare è arricchito dall’ inserimento di elementi dialettali che rendono il racconto più reale: sono parole magiche, parole amuleti, filastrocche, che aprono la porta al sogno o alla profezia. Evelina prende per mano il lettore e lo introduce in un passato fabuloso e tragico che costeggia l’ invisibile e riscrive alcuniepisodi della grande Storia con accenti nuovi.

70 anni fa iniziava la Resistenza. Ne parliamo alla Camera dei Deputati presentando “Evelina e le fate” (Giunti) finalista Premio Italo Calvino 2012 e vincitore del Premio John Fante 2013 per la migliore opera prima. Lo faremo con l’autrice Simona Baldelli, Benedetta Centovalli, direttore della Collana “Italiana” di Giunti, l’On. Ileana Piazzoni, promotrice dell’iniziativa e l’On. Gennaro Migliore, Capogruppo di SEL alla Camera dei Deputati

Evelina vive a Candelara, un paesino nei pressi di Pesaro, proprio nei giorni in cui si consumano gli ultimi atti della Resistenza, iniziata nel 1943, con l’armistizio di Cassibile. Nello spazio del racconto, Evelina ci svela il suo mondo fatto di parole semplici e dialettali, di magie, di emozioni, di giochi di eventi drammatici e di storie allegre e tristi. E ci porta nel suo mondo di bambina che vive la Storia con una prospettiva tutta sua, in compagnia delle fate che abitano la casa in cui vive e partecipano alla vita quotidiana dei contadini, degli sfollati e dei partigiani.

Ha senso ricordare i 70 anni trascorsi da quell’8 settembre affidandoci al racconto e alle visioni di una bambina? Si, perché Evelina è la mamma dell’autrice e il libro è il frutto di quel seme che si è impiantato nella sua memoria e che ha fatto germogliare e poi crescere emozioni, ricordi, citazioni, storie che Simona Baldelli ha vissuto a sua volta come storie della sua famiglia e che hanno preso corpo esattamente 70 anni dopo, con il suo romanzo di esordio.

70 anni sono una vita intera, anche due o tre se ci si mettono le generazioni parallele, le nonne, le figlie, le nipoti. E 70 anni, sono il tempo giusto per guardare indietro e cominciare ad aprire gli occhi, a sgombrare lo sguardo dalla polvere delle ideologie che nel frattempo di sono sfaldate sotto l’incedere implacabile della Storia e che oggi ci consegnano un mondo, che, tutto sommato, non ci piace. Come dice l’autrice, siamo rimasti partigiani, però in un mondo che non è più quello della Resistenza, dello spirito di libertà che l’ha animata e guidata alla vittoria. A quei tempi, era necessario scegliere da che parte stare, anche rischiando la vita. E per noi è facile sapere che era giusto stare dalla parte di chi combatteva contro il mostro nazifascista. Oggi quel mostro non esiste più, ma non è stato sconfitto e si presenta sotto nuove forme più insidiose, meno riconoscibili. Oggi è più difficile capire dova si annida e quindi da che parte stare, quale scelta fare. Oggi dobbiamo essere più attenti, farci delle domande. Si combatte con altre armi, che fanno meno rumore, ma più danni. Rimanere partigiani, non porsi le domande giuste, ci espone a fare scelte sbagliate, perché non sempre le etichette corrispondono ai contenuti. La parola libertà è stra abusata, gli ideali incastonati nella Costituzione del 1948 sono spesso aggirati da norme farraginose e da una burocrazia impietosa e rapace. Oggi è difficile anche capire bene che cos’è rimasto del concetto stesso di Sinistra.

Ecco perché ritorniamo al passato con Evelina e le sue fate. Non per nostalgia, non per comodità intellettuale, non per pigrizia ideologica. Con Evelina torniamo al cuore degli eventi e della traccia che hanno lasciato in una vita e nella sua discendenza. E’ come se ci vaccinassimo, tornando a vivere con gli occhi di una bimba di campagna gli eventi che abbiamo visto documentati in mille modi, ma che gran parte di noi oggi, non ha vissuto se non come ricordo di qualcun altro o come racconto o come Storia. Come nei vaccini si inocula un agente patogeno depotenziato per indurre il corpo a produrre anticorpi, il racconto di Evelina è un ricordo depurato dall’orrore che ci costringe a far lavorare il nostro sistema immunitario politico e a costruire nuovi anticorpi contro fenomeni che credevamo superati, ma che tornano sotto nuove spoglie.

E come Evelina ha superato l’infanzia nonostante la guerra e i ruzzoloni delle bombe, ci auguriamo che celebrare i 70 anni della Resistenza guardandola attraverso gli occhi di una bambina possa essere un modo per ripartire e costruire un nuovo futuro, quello che Evelina si è trovata a vivere dopo la liberazione e che noi, ancora oggi, nonostante tutto, abbiamo il dovere di ricostruire per le Eveline che verranno e per le fate che, speriamo, ci accompagneranno in questo lungo cammino.

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recensione

CULTURA

MOLFETTA. LA GUERRA VISTA CON OCCHI DI BAMBINA

Scritto da Giovanna Nappi
bandelli

Molfetta. – Riprendono gli appuntamenti con il festival Storie italiane, organizzato dalla libreria Il Ghigno di Molfetta. Il 21 ottobre è stata la volta di Simona Baldelli e del suo “Evelina e le fate”, pubblicato dalla casa editrice Giunti.

Moderatori dell’incontro, oltre a Isa De Marco, sono stati Sabino Lafasciano dirigente dell’Itcg Salvemini e la scrittrice Rosaria Iodice, autrice de “La donna lumaca”. Il romanzo, opera prima della scrittrice, è stato finalista al Premio Calvino 2012 e vincitore del Premio John Fante. La storia di Evelina, bambina di cinque anni che d’un tratto si trova davanti la realtà della guerra, è la storia della madre di Simona Baldelli, storia che le fu raccontata sotto forma di fiaba e che l’autrice ha saputo conservare affettuosamente dentro di sé. I suoi ricordi hanno preso vita all’interno di questa storia mantenendo intatto il punto di vista della bambina lungo il corso di tutto il romanzo, che si rivela connubio tra la dimensione tragica dei contenuti narrati e la visione della protagonista che, attraverso una saggia operazione letteraria, aggiunge una dimensione fantastica alla narrazione. E proprio questo aspetto, quello della magia, delle fate (la Nera e la Scepa), non va inteso come un qualcosa che si trovi aldilà della realtà, quanto piuttosto come il modo stesso di percepire il mondo.

Oltre alla fattura compatta del plot narrativo, un’altra questione degna di rilievo è l’operazione culturale di contrapporre e mescolare italiano e pesarese, restituendo al dialetto una dignità che non sempre gli è stata attribuita. Adottare il punto di vista di una bambina vuol dire esprimersi come lei, vuol dire raccontare soltanto le cose che lei può conoscere: grazie a questa tecnica la Baldelli ha dato al lettore la possibilità di non partire con una ideologia predefinita ma di avere dinanzi a sé una visione neutra delle cose e degli accadimenti, e di conoscerli assieme ad Evelina senza pregiudizi. Il periodo dell’infanzia, poi, è un momento estremamente importante: è difficilmente risolto e ce lo si porta dietro per il resto della vita, inevitabilmente. Ripartorendo Evelina, attraverso i racconti di sua madre, di sua zia, dell’intera sua famiglia e dell’intero suo paese, Simona Baldelli ha così reinventato se stessa, in attesa che un nuovo lettore vi legga dentro la sua storia, perché il bello della letteratura sta proprio in questo.

da http://www.ilfatto.net/news/cultura-eventi/3267-molfetta-la-guerra-vista-con-gli-occhi-di-bambina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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