Yvan Sagnet – Ama il tuo sogno. Vita e rivolta nella terra dell’oro rosso – Fandango

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Yvan Sagnet – Ama il tuo sogno. Vita e rivolta nella terra dell’oro rosso – Fandango

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L’eroe qualunque, il ragazzo africano
che si è ribellato ai “caporali” del Sud

Yvan Sagnet arriva dal Camerun anche grazie alla passione per il calcio. Ma scopre il lato peggiore dell’Italia. La sua storia è diventata un libro che racconta la rivolta contro lo sfruttamento dei migranti nelle campagne pugliesi
di ROBERTO SAVIANO

Yvan Sagnet è un ragazzo di 27 anni, grazie a lui e ai 500 che si sono ribellati al caporalato a Nardò, ora l’Italia ha una legge per arginare questa piaga centenaria. Yvan è nato in Camerun e si innamora dell’Italia durante i mondiali del ’90. Aveva cinque anni: “Ero convinto che i mondiali si giocassero in Italia per il semplice fatto che la nazionale italiana era la squadra più forte del mondo: mio padre continuava a spiegarmi che non funzionava così, ma i risultati delle partite continuavano a darmi ragione”.

martedi’ 9 aprile 2013 

Barletta liceo Cafiero ore 11,00

Molfetta ore 19,00 galleria Patrioti Molfettesi,antistante libreria ,  (in caso di pioggia Libreria Il Ghigno Via Salepico 47)

con Molfetta per Paola

Paola Natalicchio presenta e colloquia

con Yvan Sagnet

QUESTA è una storia d’amore nata per caso tra un bambino e un Paese, la racconta Yvan Sagnet nel suo libro Ama il tuo sogno (Fandango). Il bambino è Yvan che nel 1990 aveva 5 anni e il Paese è l’Italia. È una storia d’amore che parte dal calcio. Yvan è nato Douala, in Camerun, nel 1985 e nel 1990, come molti bambini camerunensi, visse la cavalcata trionfale dei Leoni d’Africa nel mondiale, dalla prima partita con l’Argentina di Maradona fino ai quarti di finale contro l’Inghilterra. Napoli, domenica primo luglio. Ancora oggi chi c’era ricorda i tifosi del Camerun, coloratissimi, sportivi e con l’espressione di chi non poteva credere a ciò che stava accadendo.

Essere arrivati fino a lì aveva del miracoloso: il Camerun era la prima squadra africana a raggiungere i quarti di finale in Coppa del Mondo. E Napoli, dove si svolse la partita, tifò con loro sperando nel miracolo. La partita fu incredibile, con il Camerun in vantaggio per 2-1 fino a otto minuti dal termine dei tempi regolamentari. Poi il primo rigore all’Inghilterra, i supplementari, il secondo rigore e la sconfitta. A Yvan quella partita ha cambiato la vita. Il ricordo del rientro in patria della nazionale, che pur non avendo vinto il mondiale aveva ottenuto il rispetto di tutto il mondo, per Yvan significava una sola cosa: un nuovo sguardo sul suo paese, maggiore attenzione su un Camerun in crisi economica e politica. E questo nuovo sguardo era stato possibile proprio grazie al mondiale e al paese che lo aveva ospitato: l’Italia. A scuola il programma di economia dei licei camerunensi prevedeva lo studio del sistema economico francese, ma lui decise per conto suo di specializzarsi sull’economia italiana.

Dal calcio all’economia. Yvan impara l’italiano e con un permesso di studio si iscrive all’università di Torino perché vuole diventare ingegnere. Finalmente può conoscere dal vivo il calcio italiano che ha amato da bambino. Tifa Juventus ma la prima partita dal vivo della sua vita la vede di spalle, come steward, allo stadio. Sono i primi di luglio del 2011 e i soldi della borsa di studio non bastano. Alcuni amici di Torino gli dicono che al Sud si può andare a lavorare per la raccolta del pomodoro perché serve manodopera. Così Yvan decide di trasferirsi nelle campagne salentine, a Nardò, dove sa di una masseria che accoglie i braccianti che fanno la stagione, togliendoli dalla strada, dove spesso dormono accampati sotto gli alberi, dentro case di cartone, senza acqua né corrente elettrica. Eppure anche alla Masseria Boncuri, nonostante l’impegno di tante associazioni di volontariato, la longa manus dei caporali detta le sue leggi.

Appena arrivati, i caporali requisiscono i documenti ai braccianti e li usano per procurarsi altra mano d’opera, altri immigrati, ma clandestini. Il rischio che i documenti vadano persi è altissimo e quando accade i braccianti diventano schiavi. Le condizioni di lavoro sono agghiaccianti: diciotto ore consecutive, di cui molte sotto il sole cocente. Chi sviene non è assistito e se vuole raggiungere l’ospedale deve pagare il trasporto ai caporali. Il guadagno è di appena 3,5 euro a cassone, un cassone è da tre quintali e per riempirlo ci vuole molto tempo, ore. Si lavora con questi ritmi anche durante il Ramadan, quando molti lavoratori di religione islamica non bevono e non mangiano. In Italia la disoccupazione è una piaga che sembra insanabile. Eppure questi ragazzi trovano lavoro, trovano un lavoro a condizioni inaccettabili per quasi la totalità dei disoccupati italiani. Si crede che i ragazzi africani siano abituati a una vita di disumanità, sporcizia, alloggi immondi e quindi questa attitudine alla suburra la sopportino in Italia perché medesima nel loro paese.

Nulla di più falso. Yvan scrive: “Mentre nel mio paese la dignità è sacra, a tutti livelli della scala sociale, il sistema dei campi di lavoro (in Italia, ndr) è appositamente studiato per togliere ai braccianti anche l’ultimo scampolo di umanità”. Ma accade qualcosa che i caporali non hanno previsto. I braccianti in genere strappano le piantine alla radice per batterle sulle cassette così che i pomodori cadono tutti. Ma quel giorno il caporale impone un altro metodo. Servono pomodori da vendere ai supermercati per le insalate, quindi devono essere presi e selezionati uno a uno. Si tratta di riempire gli stessi cassoni di sempre, ma selezionare i pomodori significa raddoppiare la fatica. Il caporale impone tutto questo lavoro allo stesso prezzo: Yvan e gli altri braccianti non trovano alternative, si sollevano. È l’inizio della rivolta e Masseria Boncuri ne diventerà il simbolo con l’enorme striscione “Ingaggiami contro il lavoro nero”. Ma lo sciopero non è facile da gestire soprattutto perché è quasi impossibile comunicare tra i diversi gruppi etnici. Gli unici a esprimersi facilmente in italiano sono i tunisini; per altri (bukinabé, togolesi, ivoriani, ghanesi, nigeriani, etiopi, somali) è necessario parlare in inglese e francese; altri capiscono solo la lingua araba. Eppure, nonostante le diversità, lo sciopero continua: tante culture e tante visioni della lotta hanno finito per essere non la debolezza ma la forza della protesta, che a un anno e mezzo da quella di Rosarno, è più organizzata e riesce a guadagnare un’eco nazionale. Gli italiani sembrano prendere finalmente coscienza delle condizioni difficili di chi lavora nei campi e le istituzioni sono costrette ad ammettere che il problema caporalato esiste.

La magistratura trova la forza per continuare le indagini già in corso, spesso protette da omertà e scarsa collaborazione, e a maggio 2012 i carabinieri del Ros arrestano 16 persone  –  presunti caporali e imprenditori agricoli  –  nell’ambito dell’operazione “Sabr” che ha colpito un’organizzazione criminale attiva tra Rosarno, Nardò e altre città della Puglia. Ma la reazione alla rivolta, allo sciopero, al clamore mediatico, all’inchiesta della magistratura e agli arresti, non si fa attendere. Alessandro Leogrande (autore peraltro di un importante reportage Uomini e caporali sui desaparecidos polacchi nel triangolo del pomodoro vicino Foggia) nell’intervista finale che accompagna il libro di Yvan Sagnet, svela che c’è un piano per uccidere Yvan e lo hanno ordito alcuni caporali tunisini che ancora operano a Nardò. La vita del primo leader nero italiano è, oggi, seriamente in pericolo. Quello che sento di poter fare con queste righe è non lasciarlo solo. Senza il suo impegno, senza questo ragazzo africano e gli altri che hanno lottato con lui, non esisterebbe la legge contro il caporalato, eppure i caporali esistono al Sud da più di un secolo. La speranza del mezzogiorno italiano sta proprio in questa parte d’Africa che arrivata al Sud, trasforma il Sud e rimette in gioco interi territori, migliorandoli. Rischia la vita per una democrazia diversa, battaglia che molti italiani hanno rinunciato a combattere.

di Roberto Saviano da http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/10/17/news/saviano_ragazzo_africano-44685428/

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recensione a cura di Giovanna Nappi del fatto

CULTURA

MOLFETTA.Yvan Sagnet presenta il suo libro “Ama il tuo sogno”

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 Pubblicato Giovedì, 11 Aprile 2013 08:55Scritto da Giovanna Nappi

yvan ghigno

Molfetta – Secondo i dati ISTAT, ci sono 1242 molfettesi di origine straniera – tra albanesi, rumeni e nord africani – che rappresentano una comunità integrata ma spesso dimenticata ed emarginata. E’ con questi numeri che il candidato sindaco Paola Natalicchio introduce la presentazione del libro “Ama il tuo sogno” di Yvan Sagnet, organizzato dalla libreria Il Ghigno di Molfetta e tenutosi martedì 9 aprile presso la galleria Patrioti Molfettesi.

Raccontare la sua storia vuol dire raccontare la storia di tanti immigrati, dei loro diritti violati, delle ingiustizie subite. La storia di Yvan parte dal Camerun e dai mondiali di calcio del ’90, parte da un sogno, che è quello di vivere nell’Italia di Enrico Mattei, nell’Italia di Olivetti. Come quando un turista giunge nel nostro Paese e si meraviglia della bellezza che vi è intorno, ma quando decide di rimanervi più a lungo scopre il lato oscuro di quei posti, così Yvan si scontra con una realtà molto lontana da ciò che aveva immaginato: per mantenersi gli studi presso il politecnico di Torino, accetta l’invito di un amico a lavorare in Puglia, nella “terra dell’oro rosso” (quello delle angurie e dei pomodori) nei campi. Scontrarsi con la vita isolata e desolata di quelle terre, fare i conti con il continuo sfruttamento da parte di caporali e imprenditori che li sottopongono a orari che arrivano a 18 ore e a stipendi a dir poco miserevoli fa scattare una molla. La goccia che fa traboccare il vaso è la richiesta di raccogliere pomodori non (come avevano fatto fino ad allora) scuotendoli dalle loro piante e facendoli cadere nei cassoni, ma di selezionarli uno ad uno, allo stesso identico prezzo, per le insalate. E’ un’ingiustizia che non può essere sopportata. E allora, nonostante le difficoltà dovute a differenze linguistiche, a nazionalità diverse, Yvan e tutti i suoi compagni si organizzano attraverso volantini e picchetti, si ribellano, smettono di lavorare. La protesta ha un’eco tale che spinge le autorità ad aprire indagini, che si concludono con l’arresto dei caporali della zona, e con l’istituzione di una vera e propria legge per il reato di caporalato, fenomeno che ha visto anche gli stessi italiani tra le sue vittime. Come ci dice Yvan, però, si tratta di una legge incompleta, che non mette in conto le commissioni di questi lavori da parte delle agenzie e dei loro datori. Dopo due anni da quella legge poco è cambiato, perché il problema sta alle basi: lo Stato non è presente, non ci sono ispettori che controllino le zone isolate dai centri abitati. Per contrastare il fenomeno serve una battaglia che parta dal basso. Yvan fa un appello alla società civile, perché agli stranieri vengano riconosciuti diritti e dignità, perché non si favorisca lo sfruttamento ma l’integrazione. E, nonostante le numerose minacce di morte che pesano sulla sua persona, Yvan continua a lottare e a sperare che l’Italia torni ad essere quella del suo sogno, un’Italia fatta di giovani e di cambiamento. Perché soltanto con il futuro si possono sconfiggere le ingiustizie.

http://www.ilfatto.net/news/cultura-eventi/2788-molfetta-yvan-sagnet-presenta-il-suo-libro-ama-il-tuo-sogno

 

ecco il reportage fotografico della serata

 

http://www.facebook.com/media/set/?set=a.10200438902609281.1073741828.1657923805&type=1

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