Cantata di marzo

“CANTATA DI MARZO”
Con Maria Addamiano, Mimmo Amato, Armentano Luigi, Mariella Binetti, Jole de Pinto, Marco Ignazio de Santis, Michele de Virgilio, Giuseppina Di Leo, Zaccaria Gallo, Maria Nappi, Gianni Palumbo, Loredana Pietrafesa, Gianna Sallustio, Lucia Sallustio

MARTEDI’ 27 MARZO
ORE 19,00

“Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera” (Alda Merini)

La poesia cambierà il mondo

Oltre i settorialismi del sapere scientifico, i versi
ci svelano la realtà. Ad altezza umana

A chi parla la poesia e chi è coinvolto nel suo discorso?Solo l’autore e una ristretta cerchia di lettori? In un famoso discorso, intitolato Il meridiano (1960), Paul Celan osserva: «Il poema tende a un Altro, esso ne ha bisogno, esso ha bisogno di un interlocutore. Lo va cercando; e vi si dedica». Mario Luzi nel saggio Verso Ragusa, compreso in Naturalezza del poeta(1995), si spinge oltre: «Il poeta nella parte più segreta del suo desiderio tende a non essere più niente se non ciò che di lui è passato o passerà negli altri come sostanza umana, grazia, canto».

Per un paradosso o per una legge più segreta e profonda, quanto più si offre con il suo radicale bisogno di comunione, tanto più la poesia moderna è allontanata, posta e percepita in una distanza. Eppure essa non cessa, da lì, di esporsi, come diceva ancora Celan. C’è una poesia di Giovanni Giudici, compresa in O beatrice (1972), che vale come una squillante affermazione di questo stato, al contempo doloroso e vitale. Si tratta di Alcuni, una sorta di manifesto che, senza nominarla e per metafora, parla anche della poesia e della sua «insania». Vi si legge, nella seconda quartina:
Alcuni in abitazioni private o in asili
psichiatrici ritentano solitari di carte
o calcoli di moto perpetuo o altre
più improbabili imprese come rivoluzioni
;

e nelle ultime tre strofe:

Pensando di loro ti scrivo queste parole
oggi che dirci insieme è dire nessuna speranza
sbarrati da ogni saggezza sbarrati dalla storia
ormai più di passato che di futuro nutribili.

E chiamandoti a un futuro di penuria
io chiedo la tua insania perché la mia abbia forza
perché si possa dire che è una cosa reale
quella che due distinte persone vedono identica.

E tutto questo è ancora poco al confronto
del nulla di chi insegue un solitario ideale.
Essere umani può anche significare rassegnarsi.
Ma essere più umani è persistere a darsi.

Dall’alto, Wislawa Szymborska (1923); Pablo Neruda (1904-1973); Kostantinos Kavafis (1863-1933); Fernando Pessoa (1888-1935)

Contestazioni e tentativi di rottura di ogni tipo hanno attraversato nell’ultimo secolo e oltre la parola poetica, negata dalle sue più remote prerogative, contraddetta. In tale spoliazione e scoronamento, essa ha trovato, si può dire, una sua ulteriore verità. Le lacerazioni, i tentativi più estremi (penso all’acume linguistico delle avanguardie e degli sperimentalismi) l’hanno in fondo nutrita. Essa si è posta al livello del singolo, dell’uomo, senza patenti e distinzioni.

Si tratta di un’arte che vive del senso di appartenenza e di comunione, sia pure cercato di continuo e non posseduto pacificamente (pena lo scadimento a retorica): una poesia compie la lingua in cui si esprime, la verifica e la inventa continuamente (naturalmente essa non ne è che una delle tante espressioni). Essa, la parola poetica, rende vitale la vicenda di una lingua, che anche grazie a essa non può assestarsi, immobilizzarsi, stagnare. La poesia desta, accende, determina riconoscimenti inconsueti: rende presente che tutto ciò che è stato scritto è ancora vivo; che il viaggio di Dante avviene nel presente e non è solo storia letteraria. Questo perché, per un poeta, Dante è compresente, operante: la sua lingua determina ancora avvenimenti dentro la lingua contemporanea di chi opera al capo estremo della tradizione.

Se vogliamo usare un occhio storico-critico e guardare al nostro Novecento, vediamo che la poesia ha prodotto una serie ininterrotta di autori «maggiori», dagli inizi del secolo fino al suo epilogo e passando per alcune personalità decisive che usano il dialetto: un bilancio credo non comparabile per ricchezza e complessità ai canoni della narrativa. In particolare negli anni dieci, venti e trenta del secolo sono nati, in una concentrazione rara, poeti in grado di costituire una tradizione degna dei maestri già canonizzati. La poesia di questi autori parla di un movimento di conoscenza, di un’avventura intellettuale, ma partendo dal dettaglio, dall’attenzione (come osserva ancora Celan) agli oggetti e ai minimi accidenti e naturalmente alle singole creature, tanto che essa può parlare dell’assolutamente Altro dall’interno di un discorso familiare, domestico.

Se questo è il catalogo, se tale è lo stato di un’arte, può ognuno di noi, in quanto lettore (e si ricordi Baudelaire), non sentire fraterna questa parola? Essa certamente vuole essere coinvolta nel nostro andare, contribuire a una conoscenza unitaria del mondo, di contro agli eccessivi settorialismi, e, senza dare risposte asseverative e assolute (per quanto a volte possa suggerirle), vuole parlare ad altezza umana, accettando e suscitando la serietà di colui che legge, non riducendolo a utente seriale. Che sia qui, in nuce, il segreto della sfortuna della poesia moderna? Certo, la moltiplicazione dei linguaggi ne ha ristretto il campo: essa si è rivolta, per lo più, in una direzione lirico-conoscitiva: si pensi, per noi, alla pietra d’angolo di Leopardi (ma Kazantzakis ha pensato di continuare nel Novecento greco l’epos omerico e Walcott, ad altre latitudini, lo rifà anche oggi). Oppure si è estremizzata in direzione metalinguistica, facendosi esperimento continuato, protesta, esibizione di non-senso. Ma in fondo, essa resta oggi una delle poche espressioni gratuite. Essa, semplicemente, è: il che implica non un darsi come prodotto, ma proprio una tensione, un movimento nell’essere, un’offerta, che si scontra però con il demone della facilità e della banalizzazione.

Marc Chagall (1887-1985), bozzetto per il sipario dell’«Uccello di fuoco»

Ridurre la poesia a un piccolo ghetto autoreferenzialeè un gesto di disprezzo per la lingua nella quale, da parlanti e da scriventi, si «abita». Per questo si vorrebbe che da ogni disciplina e campo di ricerca antropologico e umanistico un nuovo discorso cominciasse a prendere forma su di essa. La poesia è più grande delle sue piccole miserie (i dibattiti su quanto non vende, i minuscoli giochi di potere dei suoi maggiorenti, le polemiche personali) ed è su questo piano, quello di un’avventura di conoscenza, misteriosa perfino a se stessa, offerta ai simili, poggiata su basi instabili, che essa può contribuire al significato di una comunità, nazionale e universalmente umana. La stessa idea di Italia di cui siamo gli eredi non esisterebbe senza Dante e Petrarca e senza la lingua comune che su di essi poggia. Il cordone ombelicale tra il poeta e i parlanti, tra lui e chi oggi infantilmente dice «pappo» e «dindi» non è venuto meno. Piuttosto servono occasioni perché il ricongiungimento avvenga, superando gli ostacoli e le prevenzioni di un mercato inteso come feticcio. Occorre cultura.

In questo dinamismo, di una parola che si offre e chiede di essere accolta e di una comunità che le fa posto, tentando di intendere la sua nota, ognuno ha una parte: dà e riceve, cede e cresce.

Daniele Piccini

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