Il vincitore del prestigioso Premio Letterario…..in libreria e a cena

Finalmente nella nostra città il vincitore di uno dei più importanti premi letterari nazionali, cioè  del prestigioso “Premio LetterarioCampiello”, anno 2011

 Andrea Molesini

In corso di traduzione in tutte le maggiori lingue europee.
Premio Campiello 2011
Premio Comisso 2011
Premio Città di Cuneo Primo Romanzo 2011
Premio Latisana per il Nord-Est 2011

 “Pensavo allo sfacelo della seconda armata, più che alla villa invasa, ripensavo a quel fiume ininterrotto di contadini e di fanti: i carri dei poveri, le auto dei generali, i feriti abbandonati nei fossi. Non avevo mai visto tanti occhi devastati dal terrore. Gli occhi delle donne con i fagotti al collo, fagotti inerti, e fagotti gementi; non riuscivo a credere che il dolore di tutto un popolo in fuga, a cui fino allora non mi ero reso conto di appartenere, potesse toccarmi così dentro, e diventare mio, il mio dolore”.

Profondo conoscitore, nonché traduttore, di Ezra Pound, Andrea Molesini – ultimo vincitore del Premio Campiello – si è affermato nel panorama letterario italiano con l’opera “Non tutti i bastardi sono di Vienna” Ed. Sellerio pag. 363. Un titolo spiazzante, ma che rende bene l’idea dell’atmosfera in cui il lettore andrà ad addentrarsi, una volta girata l’elegante copertina blu che contraddistingue tutte le pubblicazioni della casa editrice siciliana, Sellerio.
Romanzo storico, ispirato da “Il diario dell’invasione” di Maria Spada, una pro-zia dell’autore, “Non tutti i bastardi sono di Vienna” è l’affresco di un anno di guerra, con tutti i suoi morti, la fame e le piccole miserie umane che ogni conflitto si lascia alle spalle. Un romanzo – questo – in cui il patriottismo e la rivalsa, contro i soprusi dell’occupante straniero, trasudano da ogni pagina, attraverso le parole del giovane Paolo Spada, voce narrante.
La guerra, si sa, non guarda in faccia nessuno; nel suo turbinio di violenza vengono fagocitati tutti, senza distinzione di censo. Il 9 novembre 1917, Villa Spada – dimora signorile situata nel comune di Refrontolo, a pochi chilometri dal Piave – viene requisita dalle truppe d’occupazione austriache, dopo la disfatta di Caporetto. Da qui in poi inizierà un intreccio esistenziale fatto di passioni, rancori, patriottismo e antichi odi sopiti che la guerra, con la sua crudeltà, riporterà alla luce.
Da buon traduttore, Molesini conosce bene il peso delle parole, la forma, il loro inserimento in un determinato contesto. Così, pagina dopo pagina, l’autore incasella frasi in dialetto veneto, accanto ad una prosa colta, formando un intreccio che ben rappresenta l’umanità del romanzo. Sullo sfondo, delle vicende che vedono protagonisti i signori Spada, si stagliano le figure miserabili di contadini affamati, di donne del popolo dalla parlantina svelta e, soprattutto, di soldati del Kaiser che come unni depredano ogni cosa, rubando anche l’innocenza delle giovani figlie del popolo. Incipit dell’opera, infatti, è lo stupro di alcune minorenni, tenute segregate nella chiesa del paese da quattro soldati austriaci. Dallo sdegno – a fronte dell’offesa subita – si farà strada il desiderio di vendetta contro un ospite indesiderato che giorno dopo giorno, come un predatore rapace, si avventa sulla popolazione ed i suoi pochi mezzi di sussistenza.
Nonostante l’invadenza delle truppe austriache, gli ufficiali di alto rango, che risiedono nella Villa, pur consci del loro ruolo guida nell’esercito occupante, non dimenticano il bon ton che il lignaggio impone, soprattutto di fronte alle donne della famiglia Spada. Paradossalmente, essendo all’apparenza un romanzo di guerra, ci si aspetterebbe che fossero gli uomini i protagonisti dell’opera, ma questo non è quello che traspare dalla lettura. L’elegante nonna Nancy, la fiera zia Maria, la procace Giulia: sono queste le personalità femminili che spiccano – sulle figure maschili – per la loro innata fierezza, per la loro preparazione culturale. Dall’altra parte dell’universo femminile, che il romanzo ci presenta, troviamo le servette, le contadine, tutte donne indurite dal lavoro prima e dalla guerra poi, quasi uomini in gonnella che, se accostate alle signore di Villa Spada, ci donano un affresco straordinario della società – nelle campagne trevigiane – d’inizio “900.
Forse non è un caso che l’autore – in molte delle sue pagine – abbia sottolineato i contrasti insiti nella società del tempo. Con la prima guerra mondiale si chiudeva un’epoca e all’orizzonte si profilavano oscuri cambiamenti inerenti gli assetti sociali. E di tali trasformazioni le donne di casa Spada erano consce, soprattutto Maria che, al pari del Principe di Salina nel celebre Gattopardo, esprimerà il proprio rammarico per il volgere di un’era, sottolineando la stanchezza esistenziale di una casta che non aveva più nulla da dare.
“I nostri marchesi, i nostri duchi, i signori e tutti quei loro Von…relitti alla deriva, non hanno, non avranno, più le forze da gettare nella battaglia. (…) Saranno loro, i sergenti, a guidare tutta questa miseria che i nostri modi cortesi offendono. Non abbiamo più lacrime né sorrisi, vogliamo solo riposare”, esclama Maria, rivolgendosi al padre ormai rassegnato di fronte al tramonto, non solo della sua epoca, ma anche del mondo, per come lo aveva conosciuto.
Non è, comunque, la rassegnazione a farla da padrona in questo romanzo, ma bensì lo spirito di vendetta mosso dalla violenza fatta alle ragazze del paese, dai soprusi che quotidianamente subisce la popolazione e dalle migliaia di vittime italiane che miete la guerra al fronte. S’innesca così un altro conflitto, meno cruento, ma non certo meno pericoloso: lo spionaggio, dietro le linee nemiche, di cui la famiglia Spada sarà protagonista attiva. In questo bailamme fatto di codici segreti, fughe nei boschi e spie dalla dubbia fama, s’erge cristallina la figura del giovane Paolo Spada che, in un solo anno, conoscerà la guerra, l’amore, la fame, la gelosia e la morte.
In sintesi, di primo acchito, si direbbe che questo è un romanzo di guerra, ma non è così, anche a detta dell’autore; in un’intervista rilasciata a Simone Visentini che gli faceva presente le affinità fra “Non tutti i bastardi sono di Vienna” e le opere di Lussu e Malaparte, Andrea Molesini ha sentenziato: “Sicuramente Lussu è stato un autore a cui ho ammiccato. Ma attenzione, questo non è un romanzo di guerra!””La verità è che tutti i soldati meritano un monumento, una canzone funebre. Ci dovrebbe essere un giorno dedicato alla memoria di ciascuno di loro, solo perché sono stati soldati, perché erano lì a fare quello che si chiedeva loro di fare. Ma i giorni sono pochi, troppi i morti.”

Un ragazzo di diciassette anni. Il nonno e la nonna. La zia Maria. Giulia, ventitreenne, fuggita da Venezia per uno scandalo. La cuoca Teresa e sua figlia Loretta. Il custode Renato. E la casa, una villa signorile nella campagna veneta al di là del Piave. Il 24 ottobre 1917 l’esercito italiano veniva sconfitto a Caporetto e la vicenda del bel romanzo di Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna, ha inizio nei giorni subito dopo la ritirata. Quando il capitano austriaco Korpium si presenta a Villa Spada e requisisce la casa. E’ la voce del vincitore, la sua, che non ammette repliche: “Siamo diciotto fra ufficiali e attendenti, ci sistemiamo qui”. E ancora: “Se credete di non poterci accogliere…dovrete sloggiare dalla casa”.

Svegliarsi con il nemico in casa. Pranzare con il nemico. Essere ospiti del nemico nella propria casa: esiste una maniera più dura per diventare grandi, tutto di un colpo? La vita non è stata lieve per il giovane Paolo, rimasto orfano di entrambi i genitori. E per fortuna ha i due nonni, ognuno dei quali un personaggio rimarchevole: nonno Guglielmo che finge di essere uno scrittore battendo sui tasti della Underwood che ha ribattezzato Belzebù e nonna Nancy, per metà inglese, altera e inflessibile, con una schiera di ammiratori nonostante l’età. E ha anche la zia Maria, fiera come i cavalli per cui ha una vera passione,e Giulia, che lo risveglia all’amore. Ma c’è ancora molto in serbo per Paolo, in quello che è l’ultimo anno di guerra. Perché si ritrova coinvolto in quella guerra in prima persona- d’altra parte hanno già richiamato ‘i ragazzi del ‘99’, fra poco toccherebbe a lui, e aiutare nel passare informazioni agli inglesi è pericoloso, sì, ma non certo quanto combattere in prima linea.

C’è un crescendo di violenza– la violenza della guerra che offre un’autogiustificazione- nel romanzo di Molesini. Il primo tremendo episodio, che giunge dopo le schermaglie da minuetto dell’occupazione di Villa Spada, è quello dello stupro delle ragazze in chiesa. Il solito bottino di guerra, come se le donne fossero una merce di cui disporre. Donna Maria vorrebbe la fucilazione dei colpevoli, il capitano Korpium li manda sul Grappa (“c’è l’inferno su quella montagna”). Seguiranno altri drammi, piccoli e grandi, pubblici e privati- bisogna consegnare la campana, la voce del paese e non solo della chiesa, due traditori vengono giustiziati, tedeschi e ungheresi danno il cambio agli austriaci nella villa, i gatti finiscono in pentola (ma Teresa è una cuoca così brava che sembra di mangiare coniglio), Giulia dai capelli rossi stuzzica Paolo, si concede (probabilmente) al custode facendo ingelosire Loretta (e come possa essere letale la gelosia di una donna lo vedremo alla fine), un pilota inglese sorvola troppo spesso Villa Spada per ‘leggere’ i messaggi cifrati della nonna (persiane aperte o chiuse, biancheria stesa. Lui verrà preso, e con lui saranno arrestati il custode, il nonno e Paolo). E intanto le truppe passano dal paese, avanzano, si ritirano, si resiste sul Piave (chi ricorda ancora la canzone che, fino agli anni ‘50, si insegnava ai bambini delle elementari e che diceva “il Piave mormorò, non passa lo straniero!”?). Fino alla battaglia campale che fa trasformare la chiesa in un ospedale, con il sagrato e il prato antistante la villa ricoperto di corpi straziati, donna Maria  e Teresa che si impegnano come crocerossine: sono le pagine più memorabili del libro, in una scena che fa pensare a Guerra e pace e che grida col sangue l’insensatezza della guerra.

E’ un romanzo di guerra, Non tutti i bastardi sono di Vienna, un romanzo che mette in luce come la guerra stravolga la vita di ognuno, ed è anche, o forse prima di tutto, un bellissimo romanzo di formazione: se, come ben sappiamo, si diventa grandi quando si passa attraverso un’esperienza di morte, il percorso di Paolo subisce un’accelerazione con la guerra. Quando, dopo aver visto tanta gente morire intorno a lui, diventa lui stesso strumento di morte.

Il romanzo di Andrea Molesini può trovare posto sullo scaffale dei libri accanto ad Addio alle armi–  so benissimo che suonerà blasfemo. E tuttavia penso che Non tutti i bastardi sono di Vienna possa reggere un paragone con il romanzo di Hemingway: a suo vantaggio ha una visione della guerra “dall’interno”, molto più sofferta di quella in cui la guerra è una sfida contro se stessi, una galleria di personaggi così varia e così ‘nostra’ (e penso anche al parroco, oltre all’ineffabile Teresa con le sue maledizioni in dialetto), la descrizione di una casa che cede sotto i colpi del nemico che ha bisogno di legna da ardere e ruba tutto quello che può, e manca- infine- della lacrimosa storia d’amore che è il punto debole di Addio alle armi. Un libro assolutamente da leggere ..un romanzo storico, che ha come cornice la Grande Guerra, ma non è una classica celebrazione di atti eroici: attraverso le vicende della famiglia Spada, costretta ad ospitare alcuni ufficiali austriaci ed allo svolgersi della guerra intorno a loro, Molesini fa emergere tutta la crudeltà e l’inutile stupidità di questo conflitto. Ciò che rende imperdibile questo libro è soprattutto la grande sensibilità con cui l’autore riesce a delineare ogni singolo personaggio della storia. Più gli avvenimenti si succedono, più le loro personalità vengono svelate, creando così dei personaggi talmente vividi da sembrare reali..

.Ci piacerebbe riservarvi un posto e un libro, telefonando allo 080.3971365 o inviandoci email a ilghignolibreria@yahoo.it

.Non tutti i bastardi sono di Vienna
 

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Andrea Molesini è nato e vive a Venezia. Ha curato e tradotto opere di poeti americani: Ezra Pound, Charles Simic, Derek Walcott. Ha scritto storie per ragazzi tradotte in varie lingue ed è vincitore del premio Andersen nel 1990. Non tutti i bastardi sono di Vienna è il suo primo romanzo.

“Sono nato e cresciuto in un luogo d’acqua. L’acqua verde buia dei canali, che sa di cicoria bollita, di detersivo e di fogna. L’acqua della laguna aperta, che in estate prende il colore dell’erica delle barene e sa di pesce e di uccelli lenti come le darsene coi pescherecci. Le acque del Sile e del Brenta che per un poco si mantengono dolci prima di cedere alla salinità che il mare impone alla laguna. Acque differenti, le une ostili alle altre, che si mescolano e contendono lo spazio secondo tempi e modi che sfidano le leggi della fisica per sconfinare nel sortilegio.

E sopra l’acqua la pietra. La pietra di una città fitta di case e di osterie, di comignoli e di gatti, di uccelli e di vento e di nebbia e di scorci di bellezza toccante e di raffiche maleolenti. C’è anche la pietra delle isole, ridotte dall’abbandono a tane di falchi e gabbiani, di serpi, di contrabbandieri e di ratti più lunghi di un avambraccio.

Poi ci sono gli ubriachi. La mia infanzia è piena di ubriachi che vagano e tentano gli orli delle fondamenta e non cadono mai in acqua. Venezia sembra un film di Chaplin dove qualcuno con gli occhi bendati pattina sull’orlo del precipizio ma per quella comica fortuna che protegge gli innocenti il vuoto li rifiuta e finché non lo vedono non vi precipitano. Nessuno, a Venezia, si è mai annegato. Ecco la mia prima bugia. In verità è successo, è successo a un barbone che si chiamava Dante (sic!), che la sera si spogliava ubriaco e che dopo decenni di quest’abitudine, che popolazione e polizia ignoravano tra le risate, finì coi polmoni pieni d’acqua fetida in un canale. Ma Dante non fa storia, è sparito dalla memoria collettiva, anzi, credo sia più giusto dire che non ci è mai entrato. Perché Venezia è un luogo senza memoria.

Sono nato e cresciuto in un luogo scolpito nella lentezza, fatto di spazi ridottissimi, calli strette, case che si toccano, turisti che intasano i sottoporteghi, barche che nei canali a stento sfilano le une accanto alle altre senza toccarsi. Scolpito nella lentezza, dicevo, perché fuori, sulle paludi ferme e immense che circondano la pietra abitata c’è un altrove senza echi percorso da uomini lenti che vogano alla valesana. C’era, dovrei dire, perché oggi vedo più barchini rombanti che altro. E questa è una catastrofe, perché Venezia è una città di suoni, non di rumori. Si sentono i gatti miagolare e si sentono i tacchi a spillo sui masegni. Il rumore dei motori è relegato ai canali, una maglia di vie ancora abbastanza silenziose e percorse dalla lentezza (le barche, anche quelle a motore, grazie a dio non hanno i freni)

Un Giornale Indipendente irriverente ad effetto coinvolgente…come è nato nel 1995, come si è distinto e “sopravvissuto” un giornale indipendente nel mercato editoriale locale e nazionale da sempre Indignato e incazzato.

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